Alessandra Dalloli
Dare forma a ciò che non c'è ancora.
C'è un modo di guardare uno spazio che si affina nel tempo, attraverso cantieri e schizzi, attraverso materiali toccati e soluzioni sbagliate e riprese, attraverso la disciplina di chi ha scelto questo mestiere come forma di pensiero prima ancora che come professione.
Alessandra Dalloli si laurea in architettura al Politecnico di Milano nel 1994 con una tesi sullo spazio perduto — uno studio sulla cultura spaziale dei nomadi aborigeni australiani che già allora rivela un'ossessione precisa: capire come gli esseri umani abitano, si orientano, danno senso al luogo. Non la forma in sé, ma la relazione tra la forma e chi la vive.
Gli anni della formazione la portano prima a Berlino, nello studio di Klaus Theo Brenner, dove l'architettura si misura con la città e con la storia; poi a Milano, con Michele De Lucchi e con Rodolfo Dordoni, due maestri dal segno inconfondibile e opposto, due modi radicalmente diversi di intendere il progetto, entrambi fondamentali. Da quella palestra escono una precisione formale e una capacità di abitare registri diversi che rimarranno cifre permanenti del suo lavoro.
Dal 2001 il suo studio a Milano. Interni domestici, spazi retail, allestimenti fieristici, luoghi speciali: un arco di lavoro ampio e volutamente non specializzato, perché ogni tipo di spazio pone domande diverse e obbliga a risposte ogni volta costruite da zero. Tra i progetti che segnano questo percorso, gli spazi retail per Giorgio Armani in diverse città del mondo, New York, Shanghai, Guangzhou, dove il lusso si misura nella qualità del silenzio tra gli oggetti tanto quanto nella qualità degli oggetti stessi. E il Garden Senato di Milano, dove l'architettura degli interni dialoga con la storia dell'edificio e con la luce che lo attraversa.
Nel 2019 un Master in Museologia all'Università di Firenze aggiunge uno sguardo ulteriore: quello di chi sa leggere uno spazio espositivo come narrazione, come sequenza di esperienze pensate per chi le attraversa.
nodoMa è il punto in cui tutto questo converge. Una collezione che porta la firma di chi ha imparato a progettare ascoltando gli spazi, i materiali, le persone che li abitano e che considera ogni oggetto non un punto di arrivo, ma un nodo in una trama più ampia di relazioni ancora da scoprire.