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Alessandra Dalloli
Dare forma a ciò che non c'è ancora.

​​​C'è un modo di guardare uno spazio che non si impara sui libri: si affina nel tempo, cantiere dopo cantiere, materiale dopo materiale. È lo sguardo di chi non progetta la forma in sé, ma la relazione tra la forma e chi la vive.

Da qui nasce nodoMa.   Leggi la filosofia.

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Chi c'è dietro

 

Alessandra Dalloli nasce a Torino nel 1969 e si laurea in architettura al Politecnico di Milano nel 1994, con una tesi "Lo spazio perduto", dedicata alla cultura spaziale dei nomadi aborigeni australiani.

Un punto di partenza che dice già tutto: capire come gli esseri umani abitano i luoghi, vi si orientano e danno loro senso.Gli anni della formazione la portano prima a Berlino, nello studio di Klaus Theo Brenner, dove l'architettura si misura con la città e con la storia; poi a Milano, accanto a Michele De Lucchi e a Rodolfo Dordoni.

Due maestri dal segno inconfondibile e opposto, due modi radicalmente diversi di intendere il progetto, entrambi fondamentali.

Da quella palestra escono una precisione formale e la capacità di muoversi tra registri diversi: due cifre che restano permanenti nel suo lavoro.Nel 2001 apre il proprio studio a Milano.

Interni domestici, spazi retail, allestimenti fieristici, luoghi speciali: un arco di lavoro ampio e volutamente non specializzato, perché ogni spazio pone domande diverse e obbliga a risposte costruite ogni volta da zero.

Tra i progetti che segnano il percorso, la collaborazione con Giorgio Armani S.p.A. per nuovi spazi retail nel mondo, da New York a Shanghai a Guangzhou, dove il lusso si misura nel silenzio tra gli oggetti tanto quanto negli oggetti stessi; e il Garden Senato di Milano, dove l'architettura degli interni dialoga con la storia dell'edificio e con la luce che lo attraversa.

Nel 2019 un Master in Museografia all'Università di Firenze aggiunge un ultimo sguardo: quello di chi sa leggere uno spazio come racconto, come sequenza di esperienze pensate per chi le attraversa.

Il nome, il metodo nodoMa è il punto in cui tutto questo converge.

Non solo una collezione, ma un modo di intendere il progetto: l'oggetto come legame tra materia e luce, tra pieni e vuoti, tra le persone e le cose.

Ogni pezzo non è un punto di arrivo, ma un nodo in una trama più ampia, ancora tutta da scoprire.

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